Era un caldo giorno di maggio

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di qualche anno fa, il pulmino ci lasciò a piedi all'uscita da scuola anche quella volta, ed io -che avevo già programmato ogni singolo secondo di quel pomeriggio- ero ad un passo dall'avere una crisi di nervi.
La scuola era quasi agli sgoccioli, ma stavolta non ne ero contenta; tesina e percorso da preparare e una catasta di libri ancora da studiare per eccellere anche stavolta, per non tradire la fiducia dei professori, per non crollare di fronte alle temute domande del Predisente Esterno.
Mi aspettava un altro pomeriggio di studio matto e disperatissimo pre-esame e per evitare di perder tempo ulteriormente, chiamai immediatamente mia madre che di lì a poco venne a recuperarmi in l'auto.
La strada del ritorno era semi-vuota (intorno alle due del pomeriggio lo è sempre), nel deserto dei cortili, nel silenzio delle case, notai qualcuno in particolare : su una panchina, al fresco, sedeva un signore anzianotto che con lo sguardo fisso e spento sembrava stesse lì, in preda alla noia, per scrutare ogni singolo passante...

Lo invidiai.

Pensai a tutto il lavoro che mi sarebbe toccato fare al rientro, pensai alle centinaia di pagine da studiare, al buio che sarebbe arrivato trovandomi ancora riversa sui libri...in pochi secondi mi apparve la scena che avrei vissuto di lì a poco, e lo invidiai.
Invidiai quell'ozio, quell'inerzia, quell'inoperosità...persino la vacuità che emergeva dai suoi occhi.
Sarei tanto voluta essere al suo posto: poltrire stando in stallo e non avere,invece, tante e troppe cose da fare.

Col senno di poi, rivedendo quella scena che tanto si impresse nella mia memoria, capii quanto fui superficiale e leggera nell'invidiare e nel giudicare ozioso quell'anziano signore, quel giorno.

Non vidi, presa dai miei perchè, la solitudine forzata, la frustrazione e la vita passiva e noiosa di quell'uomo, escluso dalla freneticità del mondo contemporaneo, costretto a fare i conti con la perdita di ruolo sociale in ambito lavorativo e -in un certo senso- in quello familiare.

Di recente tutta questa vicenda mi è raffiorata alla mente.
Sono stata costretta ad un lungo periodo di vacanza forzata - causa scioperi e proteste universitarie varie - che mi ha portato ad affrontare, spesso e volentieri giornate vuote, trascorse letteralmente senza far niente !
Dopo l'eccitazione iniziale, ho iniziato a sentirmi un peso, a sentirmi inutile.

Ho cercato di attivarmi a mio modo, facendo lavoretti domestici vari - nell'attesa dell'inizio dei corsi - ma non mi identifica in ciò che facevo, non avevo un preciso ruolo, era come essere in stand-by.
E allora mi sono rivista in quell'uomo, con lo sguardo spento, seduto sulla panchina al fresco, senza un ruolo preciso, assalito dalla noia..
..e mi sono sentita di nuovo in colpa per aver provato quel prepotente senso di invidia.

Ho capito che se "c'è una sola cosa orribile al mondo, un solo peccato imperdonabile al mondo, quella è noia"!. (Oscar Wilde)

 



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